terra di mezzo

Una lettura che insegna a pensare.

Come un pesce rosso in una boccia..

Spero troviate del tempo per leggere un’estratto che ho preso da uno dei miei romanzi preferiti. (Lo trovate alla fine quasi).

“”A quanto pare, ogni tanto gli adulti si prendono una pausa per sedersi a contemplare il disastro della loro vita. Allora si lamentano senza capire e, come mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, deperiscono, si deprimono e si chiedono quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare.

Per i più intelligenti diventa perfino una religione: ah, spregevole vacuità dell’esistenza borghese! Alcuni cinici di questo tipo cenano alla tavola di papà: “Cosa ne è stato dei nostri sogni di gioventù?” si domandano con aria disincantata e soddisfatta. “Sono volati via, e la vita è proprio bastarda”.

Non sopporto questa finta lucidità dell’età matura. La verità è che come tutti gli altri, ragazzini che non capiscono cosa sia successo e che giocano a fare i duri mentre avrebbero voglia di piangere.

Eppure non è così difficile da capire.

Il problema è che i bambini credono ai discorsi dei grandi e, una volta grandi, si vendicano ingannando a loro volta i figli. “La vita ha un senso e sono gli adulti a custodirlo” è la bugia universale cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi. Il mistero rimane, e tutta l’energia disponibile è andata da tempo sprecata in stupide attività. Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi.

La mia famiglia frequenta tutte le persone che hanno seguito lo stesso percorso: una gioventù passata a cercare di mettere a frutto la propria intelligenza, a spremere come un limone i propri studi e ad assicurarsi una posizione al vertice, e poi tutta una vita a chiedersi sbalorditi perché tali speranze siano sfociate in un’esistenza così vana.

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia.

Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto – senza contare che si eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia.””

Illustrazione: Ruel Pascual

da L’eleganza del riccio

di Muriel Barbery

E qui viene il bello di questo mio momento.

Il regalo …

“We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year, 

Running over the same old ground.  

What have you found? The same old fears.”

Cosi cantavano i grandi Pink Floyd.

Cara Cate, forse ti ritrovi sempre a fare i conti con le tue stesse paure. 😞 Ci ho pensato … ora vado via, giro e rigiro infinitamente, e sono stanca… tra un po’ esco e passeggio per le vie che piano si riempiono di gente abbronzata e senza troppi pensieri ancora.

Mi lancio fuori dalla boccia, e non sentirò alcun male, ma se mal fosse, durerà poco. Quel che serve per un sonnosogno, uno soltanto! 🐟 A stasera …

terra di mezzo

“Wire” per concludere alla grande

Wire

Anni 70: e se i primi Pink Floyd andavano alla grande, detta in maniera spicciola perché è inutile ancora una volta ricordare chi erano (e chi sono) i Pink Floyd, in quel tempo di calendario … in contrapposizione beffarda ai Floyd (per sfortuna o per audacia alla fine) c’era un’altra band: c’erano gli Wire. Venivano appellati senza troppo stare a pensarci due volte, i “Pink Floyd punk”.😉

i Wire sono sorti durante l’epoca del punk rock britannico, e fin dall’inizio si sono emancipati da questa scena musicale, per porsi come inauguratori della new wave post-punk.

Nei primi anni settanta Colin Newman, uno studente di disegno del Watford Art College, si appassiona anche di musica, in particolare, di quella sperimentale. Inizia quindi a trascorrere del tempo con nastri e strumenti vari insieme al suo amico, guarda un po’ , Brian Eno.

Il progetto Wire nasce proprio in accademia. Il primo nucleo del gruppo sceglie tuttavia il nome di Overload e comprende, oltre a Newman, il chitarrista George Gill e il tecnico Bruce Gilbert. Dopo qualche tempo, si aggiungono a loro il batterista Robert Gotobed (alias Robert Grey) e il bassista Edvard Graham Lewis, che fa anche lo stilista. Gill tuttavia lascia il gruppo poco dopo e la formazione si assesta così in un quartetto con il nuovo nome “Wire”.

La formazione del quartetto di stile punk è, prettamente accademica e non di strada come le molteplici formazioni sorte in quel periodo Al gruppo, fa da complice l’etichetta che li scrittura la EMI/Harvest Records, la stessa dei primi Pink Floyd, e proprio per questo viene affibbiato proprio dalla stampa anglosassone il curioso appellativo di Pink Floyd Punk. Si rivelano davvero agli inizi un gruppo punk a tutti gli effetti,ma sono stati capaci nel tempo, di dimostrare di saper oltrepassare il punk inglese degli albori, proprio grazie alla loro qualità compositiva, sia melodica che armonica e, in seguito, pure timbrica e ritmica.

Punk perché sono stati capaci di virare verso la musica psichedelica che di per se già è sinonimo di un’espressione che fa riferimento all’instabilità mentale; Punk perché lo stesso vale per anche per i loro testi . Parlano di suicidio, di delirio, di dolore, di infanzia malata, con il tipico suono, molto vicino alla musica spettrale e in generale a quella sperimentale. L’uso poi di tastiere e sintetizzatori nel tempo li avvicineranno sempre di più a quella che diventerà l’ondata new wave.

Vi lascio a prova un album del 1979 che io adoro tantissimo “154” . Dentro ci troverete un crescendo di sonorità date dalla viola, dal corno inglese, dal flauto ed il suono vi trasporterà verso la darkwave fino al noise pop, statene certi.

La band ha attraversato fasi molto alterne, tra brusche rotture, ricongiungimenti e altre rotture, e attualmente è di nuovo in “reunion” dopo l’abbandono del 2004. Proprio per questo vi lascio in ascolto anche il loro ultimo album del 2020 realizzato in un’età molto, ma molto più matura. Pensate che questi giovincelli oggi hanno superato di gran lunga la sessantina e non potranno fare altro che sorprendervi lasciandovi come me a bocca aperta.

Non c’è età per la musica di qualità, non c’è età per la musica fatta con passione, soprattutto non c’è età per chi ama la musica e la vede come una fonte di vita!

Mind Hive è il loro diciassettesimo album in studio uscito il 24 gennaio 2020. Credermi … è davvero tanta roba !

terra di mezzo

Afternoon…

Diciamola tutta, non sono io che cerco loro ma sono loro che trovano me, e mi trovano in base al mio umore, al mio tempo, al mio stato d’animo del momento o al mio ascoltare oltre le note. Le canzoni fanno questo a me : mi trovano, e mi trovano sempre quando meno me lo aspetto. Chi lo sa, forse mi fanno pure degli agguati e io come sempre, puntualmente inciampo nella loro trappola… dorata, incapace di uscirne retta.

Questo brano dei Pink Floyd che vi lascio oggi l’ho messo come commento ad una blogger qui dentro ma era mia intenzione fare un post, perché è veramente particolare.

Nella raccolta “Relics” del 1971 dove sono prevalentemente inclusi dei singoli che non hanno fatto parte di LP o al massimo di suite musicali, c’è un blues rock molto particolare, e forse anche inusuale, per questo gruppo prevalentemente psichedelico e art rock… fin dalla metà degli anni 60.

Partiamo dal presupposto che non me la sono venuta a raccontare i Pink Floyd personalmente, come è nata la canzone, (seeeeee, magari fosse stato così… ma a quei tempi avevo si e no 5 anni appena), e manco sanno chi sono io, da sperarci oggi! 😉

Diciamo invece, che quando incontro una canzone come questa che mi affascina, e arriva a trasmettermi un’emozione profonda, io mi documento, mi informo, vado a scavare il più possibile, spulcio l’impossibile ecco! Poi, a modo mio, proprio per quello che provo, per come la vivo di pancia, oltre che di ascolto e di testa, ne parlo qui con semplici parole. Perché io sono “semplice”se si tratta di Musica. Sono ingenua forte, sono terra terra. Nella vita sono un groviglio intricato di nodi, ma nella Musica no! Semplicemente lineare.

Questa canzone già dal 1969, veniva proposta al pubblico con un nome diverso, esattamente “Afternoon”, ed era inclusa in una suite dal titolo The Man and The Journey. Nel 1971 però, i Pink Floyd incisero una versione in studio del brano, intitolandola invece “Biding My Time” . Alla fine, di comune accordo, venne inclusa nella famosa raccolta “Relics”.

Per questo brano Richard Wright, il tastierista, si mise addirittura a suonare anche il trombone, cosa mai accaduta prima. Un suono goffo, stridulo, perfino rauco, ben udibile, risultante nell’insieme quasi fuori posto. Un guizzo burbero ecco! Il testo e la voce sono di Roger Waters… che assomiglia più ad un narratore distaccato, che si racconta di come passa il tempo con una donna che ama, e che riesce a dimentica i “brutti giorni” in cui entrambi “lavoravano dalle nove alle cinque”.

Questo blues rock dalle sfaccettature psichedeliche è… sublime. Si!