“L’Arpa” nel jazz…

Dorothy Ashby

è stata una compositrice e arpista jazz di Detroit nel Michigan, e quindi degli Stati Uniti. Lei è stata una delle rarissime soliste di arpa jazz, una delle prime a dimostrare che l’arpa poteva essere usata come strumento d’improvvisazione anche in una jam session bebop.

Nel 1983 dichiaro al mondo che “essere donna, nera e arpista era come portarsi addosso una specie di triplo fardello perché, non erano molte le donne che facevano musica jazz e il fatto di suonare un arpa, era scontato che non fosse di così grande interesse al pubblico del jazz. Nessuno aveva voglia di vedere una donna nera che suonava l’arpa, fosse arpa classica o altro”… Ashby non si è mai arresa e ha dedicato la sua vita ad ampliare i confini della musica per il suo strumento.

Dopo “Afro-Harping

uno straordinario album del 1968 in cui mescolava jazz morbido e afrofuturismo, due anni dopo nel 1970 uscì anche

“The Rubáiyát of Dorothy Ashby”

e fu un ennesimo capolavoro, dove il sound vagamente funky e spiritual jazz, facevano anche da padroni

In quell’album del 1970, ci sono pezzi strumentali e cantati da lei stessa ispirati ai versi del poeta e filosofo persiano Umar Khayyām

Per me questa è una storia della musica jazz, di suoni, di performance musicali che ha un grande valore, e aggiungo pure anche ammaliante perché fa parte di un periodo, quello degli anni 50/60/70 in cui la musica, soprattutto quella afroamericana, stava iniziato a spandersi allargando gli orizzonti, ma soprattutto quelli spirituali.

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