Quasi… come “Cate Le Bon.“

Le ombre ancora mi abbracciano stretta, ma le orme, quelle scompaiono sempre di più, lasciando disegni incomprensibili alla mia vista.

Cerco un mazzo di chiavi che ho nascosto per non ritrovare, e penso a quanto alla fine fossero all’origine incomplete. La casualità del fatto mi sconvolge ancora, e mi trasmette un freddo gelido nelle ossa.

Il DNA persiste negli angoli mai spolverati volutamente, e temo di doverlo fare prima o poi, o quantomeno prima che mi colga quella perdita patologica di memoria che non farebbe più la storia di me e di un mio caro vissuto. Resterebbe lí in eterno, e per nessuno.

Se ancora ti leggo come ieri nella mia testa, è perché non sono capace di cancellare le poche pagine scritte a matita, o forse ho semplicemente consumato la gomma su molte pagine di dolore, non pensando come adesso, al bisogno di doverlo fare comunque, di tutte.

Potrei accartocciare i fogli rimasti, e giocarci a far canestro col cestino della carta ma… non ho una gran mira in certi sport. Poi penso, a come sarei capace di raccoglierli, di stirarli una ad una per appallottolarli ancora e ancora.

E in tutto questo ingarbuglio di pensieri emotivi, famigliari per certi versi, da sola, nel mio universo parallelo , io ti sorrido sempre, perché sento che ho ancora un cuore che batte. Batte senza forzare troppo la pressione del mio sistema vegetativo , perché sennò, forse, impazzirei davanti allo specchio che segna il mio tempo che passa, sempre di più in solitudine.

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