Tempo.

Stasera ho un po’ di strana malmostositâ Umana. Mi osservo allo specchio, attenta. Dopo una settimana ho ancora il viso tumefatto, gonfio, come se avessi fatto a botte senza difesa alcuna. Gioco con i punti in bocca solleticandoli con la lingua, e ne conto 23. L’innesto osseo bio compatibile deve essere andato bene. Devo aspettare che la ferita di buona parte della arcata dentale superiore guarisca molto bene per poter affrontare nuovi interventi e tornare ( fra circa un anno) a sorridere , addentare una pizza, o semplicemente sentirmi nuovamente di questo mondo. Cosa si prova a tornare neonati adesso… con una coscienza, con una capacità di comprendere quello che vivo e come il mio intervento facciale si ripercuote sugli altri. Il sorriso senza denti di un neonato ti riempie il cuore, ti fa sorridere, gioire, e lo cerchi continuamente. Quello di un’adulto operato per necessità fa quasi senso, un senso di disagio sociale, perché parli e farfugli. Perché sorridi dimenticando il tunnel che hai in bocca, e quando te ne accorgi è troppo tardi. Così mi sento costretta nel silenzio dell’imbarazzo altrui a giustificare il perché sono livida, sdentata, conciata così. Poi dopo penso… Ma saranno cazzi miei? Non ho ancora imparato a fottermene cazzo! Il lato positivo alla fine è che gli omogeneizzati dei neonati mi danno forza e coraggio, mi piacciono e mi fanno impazzire di piacere e mi sento bene comunque con me stessa.

Ci vuole tempo. Tempo per questa società che ancora non sa dare un “valore aggiunto” a chi vive un disagio. Chissà perché mi sei venuto in mente adesso… tu.