L’altra me

Quando ascolto questo brano, ho come la sensazione di essere da tutt’altra parte…

“Cammino, sotto la pioggia, le mani in tasca, la borsa a tracolla, stretta al mio pastrano consumato dal tempo. Dietro di me i grattacieli, piano piano perdono forma diventando sempre più piccoli ed invisibili. Sotto il cappello nero lucido guardo senza sosta i miei passi lenti su un catrame luccicante, impregnato d’acqua. Catrame e gomme da masticare, a migliaia, da farci il gioco del tappeto colorato fino a contorcermi pure le budella. E poi la stessa pioggia acida di sempre, che sa di piombo per lo smog intorno, che mi bagna il viso, facendomi sentire sempre più unta dall’ultima volta che ha piovuto. Non so che fare, se tornare o non tornare in quella casa, sempre uguale, che odora di muffa, e di chi se n’è andato un giorno senza più fare ritorno. Quasi, assorta dal pensiero ossessivo, sbatto addosso ad un passante che corre per prendere l’autobus in partenza. Impreco, maledico l’attimo,perché mi distrae dalla mia ossessione. Tornare a casa, o non tornarci più. Le mie gambe mi tradiscono, il pilota automatico non si inceppa mai, e mi ritrovo sempre in quella grande piazza caotica, che abbraccia da tempo un pronto soccorso inagibile, un supermercato chiuso. Una piazza che mi costringe sempre ad alzare lo sguardo per non farmi ammazzare dalle auto in corsa. I semafori lampeggiano di un colore giallo ocra da settimane, senza sosta alcuna. La sera col buio che avanza, non le noto più le panchine consumate sotto gli alberi svestiti. Noto solo quel giallo lampeggiante che conferisce al luogo intorno le sembianze di un girone infernale senza mai una via di fuga. Questa piazza è il mio inferno profondo, è il contenitore stagno della mia inquietudine e rabbia repressa. Attraverso sempre tre lati di quella piazza per evitare quello che mi ferisce per un ricordo che più si consuma, più non mi lascia tregua. Maledetto! Maledetto tu e tutta la tua genesi! È il tuo inferno, non il mio! Ma la follia che vivo me lo ripresenta sempre in faccia per graffiarmi gli occhi. Tornare in quella casa, o non tornarci più. Sono zuppa d’acqua e il freddo lo sento nelle ossa. A quel portone ci arrivo sempre, mai sbaglio strada. Sempre varco quel cortile che amo e odio ogni volta che salgo le scale in pietra, come il mio cuore rotto, come un’automa, come una debole, come una che non sa mai che fare, o dove altro andare”