Lettera di conforto

È una di quelle giornate in cui costruisco la catena che mi lega all’apatia, anello dopo anello, con paziente devozione, saldandoli uno ad uno, imperfetti, col cannello immaginario, che si consuma fra lapilli sparsi incandescenti e luci folli e accecanti. Giornate come queste mi ricordano te mio caro papà e l’officina ferrosa, dall’odore acre di ruggine bagnata e ferro vecchio. Io non so dove sei papà, so solo che ti scorgo nei miei ricordi di bambina curiosa che rubava trucioli di ferro e acciaio dal tuo tornio, come fossero catenelle d’oro bianco. Li rubavo per far braccialetti e collanine da indossare, ma il più delle volte mi beccavi in fallo, avvertendomi che avrei potuto farmi un gran male. Male perché le mie mani erano di carne tenerla e di perla, mentre le tue erano forti, indistruttibili, nere per la polvere d’antracite e callose per lo scorrere del tempo tuo, fra il ferro e la fucina. E così me li realizzavi tu veloce, quei miei desideri di preziosi da indossare. Avevi 9 anni quando hai iniziato, nel paese da dove te ne sei andato. E io ne avevo nove quando uscivi presto la mattina, in tuta blu e la schiscetta calda e piena fra le mani, che preparava mamma ogni mattina. Dio se mi manchi in giorni piovosi come questi, e benché sia circondata da mille oggetti fatti tuoi, di ferro e acciaio, non bastano a riempire quel rimbombo assordante di vuoto che sento dentro. Mamma in solitudine ora dorme, io in solitudine ora piango.

Ti piango.

Non ti cerco,

io ti spero,

ti respiro.

E Taccio.

Ciao papà.