nei paraggi ancora.

Quando porti gli stessi abiti per tanti, tantissimi mesi, quello che accade è che quegli abiti ormai lerci e impregnati di fetore, si inglobano inevitabilmente nello strato principale del derma, e diventano parte di te. Vai avanti per inerzia e distrazione, non curante dell’effetto che hanno su di te e sugli altri, come il dolore, l’orrore alla vista.

Dentro di te lo sai che fai una gran pena, che ti fai una gran pena, e mi faccio una gran pena. Andare  avanti così, è un po’ come morire lenta un giorno dopo l’altro. Un suicidio, un “Ode” alla morte della tua persona, dei tuoi principi, dei tuoi valori, del tuo credo, del tuo amore. La morte di mio padre mi ha dato il colpo di grazia emotivo. Mi ha sconquassata, implosa dentro, tanto da farmi provare un dolore talmente insopportabile da urlare come una pazza nel mio sottotetto per minuti interminabili. Ho perso la voce, ho perso le forze, ma… mi sono umilmente alzata chiedendo perdono per tutti i miei peccati. Ho chiesto a mio padre morto il suo perdono, per come ho vissuto in questi ultimi due anni.

Ce lho con me stessa e ce l’ho ancora  col suo Dio. Col suo Dio, perchè mi ha tradita. Ho chiesto la sua misericordia, la sua benevolenza per mio padre. Mi sento tradita da quel Dio che tanto amava. Ce lho con me perchè mi sono rivolta al suo Dio con addosso degli abiti di un passato che avrei forse dovuto incendiare moltissimo tempo addietro. Ma non ci sono riuscita. Ora so che forse avrei dovuto rivolgermi al suo Dio ripulita, pura di cuore, ma invece non ce l’ho fatta. E così Ho peccato d’arroganza. La peggiore.

Mio Padre avrebbe tanto voluto che io reagissi e tornassi a credere nella vita, nell’amore buono, onesto, negli uomini, e invece per due anni mi sono chiusa in una bara di vetro ad osservare ogni cosa, allontanandomi dalla vita per proteggermi da tutto e tutti. Osservare quel mondo che poteva essere ancora mio, che potevo ritornare a vivere pienamente.

Mio padre, è morto, con questo dolore nel cuore. Lui non ritornerà in vita mai più in questo tempo che mi è concesso. La sua bara semplice, senza alcuna croce, è bruciata e le sue ceneri sono con me nell’attesa che possa lasciarle libere un giorno. La sua anima è libera. Lo sarà anche il suo cuore di uomo, di padre, di marito, di nonno. Glielo devo accidenti! Prometto di ritornare alla luce. Io posso ancora farlo…vivere. Spaccare la mia bara di vetro è la cosa più difficile che devo fare… ma strapparmi brandelli di pelle e abiti lerci con le unghie e a morsi sarà ancor di più  disumano, ma e’ l’unico modo per ritornare ad essere un essere umano nuovamente degno di poter ancora vivere in questo mondo, in questa società, fra gli uomini.  Le ferite si rimargineranno, resteranno indelebili ma cazzo io DEVO andare avanti.

Devo andare avanti. Questo glielo devo come figlia, come donna, come madre.

Un giorno riattiverò i “commenti”,

ora non ci riesco.

Non temo il confronto ma… la mia reazione incontrollata.

Vi lascio una canzone che amo…

…lasciandovi le mie scuse in calce,  per il modo cruento  nel riaffacciarmi a voi qui.

Scusatemi per favore.

Cate.